venerdì 16 marzo 2012

BIBITE E AUMENTO DEL PESO CORPOREO


Nell'attuale società un’importante percentuale delle calorie introdotte quotidianamente deriva da zuccheri e dolcificanti.
Rispetto agli anni Ottanta, il consumo procapite di zuccheri è cresciuto sensibilmente insieme ai tassi di obesità e sovrappeso.

I produttori, in generale, attaccano l’associazione di questi due dati, ritenendo che l’aumento del peso riguarderebbe le altre calorie introdotte con la dieta.  

COME MAI NON MI ASPETTANO UN COMMENTO DIVERSO DA PARTE DI QUESTI FURBACCHIONI?

Un eccellente studio (vedi NEJM Oct 15;361(16):1599-605) è stato volto dal prof. Brownell  e pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine che analizza la correlazione tra bibite e obesità e la possibilità di tassare le bevande zuccherate (lui però non sa che in Italia abbiamo Monti !).
Questa novità fiscale è una naturale conseguenza, secondo Brownell, dell’aumento dei costi sanitari per l’obesità, soprattutto quella infantile che analizzerò in un altro articolo.

Dati recenti (2005-2006) indicano che l’aumento delle calorie da bevande zuccherate è di 172 e 175 kcal rispettivamente nei bambini e negli adulti: quasi 8 kg in anno, vi sembra poco?

La questione è delicata e controversa.

Naturalmente i produttori sono passati all’attacco, sovvenzionando studi che hanno dimostrato la mancanza di un ruolo primario delle bevande zuccherate nell’aumento del peso.
Vi aspettavate in questo caso un esito diverso?

Uno studio ha verificato che il rischio di obesità aumenta del 60% se il consumo di bevande è quotidiano; in un altra analisi durata 8 anni è stato dimostrato che nel corso di 4 anni il consumo abituale di bevande zuccherate determinava un aumento di circa 8 kg nell’arco di 4 anni mentre chi diminuiva il consumo di bevande zuccherate aumentava di soli 2,8 kg.

Un altro studio confronta gli stessi soggetti in due condizioni differenti: in una assumono dolcificanti ricchi di zucchero e ingrassano, nella seconda i dolcificanti sono non calorici e non avviene un aumento del peso.

In generale si può affermare che l’incidenza negativa delle bevande zuccherate dipenda da diverse implicazioni fisiologiche:

1.      Innalzamento dei trigliceridi per elevato carico di carboidrati raffinati
2.      Abbassamento dei livelli di colesterolo HDL
3.      Aumento della resistenza insulinica
4.      Scarso potere saziante e aumento del consumo calorico generale durante la giornata.
 
Tutte condizioni fisiologiche che predispongono a malattie cardiovascolari, dislipidemie o diabete.
Un interessante aspetto, inoltre, è il seguente: i bambini potrebbero abituarsi al “gusto delle bevande zuccherate” così tanto da subire un'alterazione del proprio gusto e del proprio senso di sazietà andando, nel lungo periodo, ad introdurre cibi meno dolci come verdure, frutta e legumi.

In attesa che la documentazione scientifica si faccia ancora più autorevole teniamoci alla larga dalle bevande zuccherate ed inculchiamo questo atteggiamento sopratutto nei bambini.

ORA, AVETE VOGLIA DI FANTA O COCA?

giovedì 15 marzo 2012

DIETE, MANTENIMENTO DEL PESO CORPOREO E ATTIVITA' FISICA


Scrivo quest’articolo con tanta tanta voglia perchè andrò a riportare delle idee che sono mie già da quando avevo 19 anni, quando sapevo quasi zero di alimentazione.

NEL LUNGO PERIODO PERDERE O ACQUISTARE PESO NON E’ ALTRA CHE IL RISULTATO DI UN DEFICIT O UN SURPLUS DI CALORIE.

Entriamo nel dettaglio.

Ho trovato su un blog americano, segnalato da un mio amico medico, delle valutazioni fatte da Stanford University riguardanti la comparazione di dati di diversi programmi dimagranti.

Tre delle diete analizzate sono le seguenti:
1.      Dieta Atkins
2.      Dieta a Zona
3.      Dieta Ornish
4.      Dieta a basso contenuto di grassi

Le prime due sono diete ad altro contenuto proteico, la terza ricca in grassi e la quarta è quella consigliata dagli esperti.

Dopo un anno i pazienti che avevano seguito la dieta Atkins avevano perso in media 5 chilogrammi mentre quelli appartenenti agli altri gruppi in media avevano perso 1,5 chilogrammi.
Alcune riviste pubblicavano titoli come i seguenti: “Atkins vince” “ ; “meglio l’Atkins della zona o dei consigli degli esperti”.

ORA AGUZZATE L’INGEGNO E SEGUITEMI

Questi dati non dimostrano che Atkins è un genio, ma vanno interpretati.
La giusta alimentazione è un equilibrio di fattori medici e psicologici, non è un’equazione matematica che qualche individuo può fare propria, proclamandosi inventore della dieta del secolo!

Ritornando a noi…..

L’autore dello studio, Christopher D. Gardner, nutrizionista presso la Stanford University riferisce che “c’è stato un calo di peso maggiore in una delle diete piuttosto che nelle altre, ma è un dato comunque modesto”.
Un altro studio effettuato da ricercatori dell’Università della California a Los Angeles è molto importante a considerare.

Nelle loro analisi vanno a comparare trentuno studi a lungo termine scoprendo che la maggior parte dei pazienti ha perso tra il 5 e il 10 per cento della loro massa corporea.

In generale riprendere peso era comune tra quasi tutti i pazienti.

Le considerazioni d’obbligo sono queste: in generale la gente pensa che il problema reale siano i grassi, nel tentativo di diminuirli nella dieta non si ci preoccupa di controllare altri alimenti potenzialmente più dannosi come bibite, bevande zuccherine, bevande sportive ricche di zuccheri ( rivedere l’articolo http://maiullarinutrizionista.blogspot.com/2012/01/una-bevanda-artigianale-la-sana-e.html ), alimenti a basso contenuto di fibra…

Diversi studiosi affermano che il metodo Atkins è un modo veloce per perdere peso ma non è un modo per mantenerlo.

Personalmente è UTOPIA pensare di vivere costantemente affamati quindi, nel mantenimento del peso corporeo, diventa FONDAMENTALE L’ATTIVITA’ FISICA.

La qualità della vita migliora notevolmente (pensate a come vi sentire prima e dopo un lungo periodo con o senza attività fisica, confrontate i due stati d’animo) e si arriva a un punto in cui, non dico che si diventa molto appassionati di sport o palestre, ma si trova sempre la strada e lo spazio per qualche ora a settimana di sano moto.

PAGHERETE UN PREZZO PER ESSERE OBESI O SOVRAPPESO ED OCCORE FARE TANTI TANTI SACRIFICI PER ESSERE REDENTI: E ORA SCENDERE DI CASA E CORRERE




mercoledì 14 marzo 2012

CONSIDERAZIONI SUL GRASSO CORPOREO


Una chiara associazione tra obesità e gravi malattie come ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e persino il cancro è ormai nota a tutti.
Tuttavia molti aspetti che regolano questa relazione sono tutt’oggi poco chiari.

La definizione più generale e comune di obesità dal punto di vista medico si basa sull’INDICE DI  MASSA CORPOREO(IMC).
Questo valore è il rapporto espresso in chilogrammi diviso il quadrato dell’altezza espresso in metri.

La soglia della mortalità aumenta oggettivamente quando questo valore supera i 30 e, perciò, si associa questo valore all’obesità.
Tra 25 e 30 si parla di sovrappeso e rappresenta un campanello d’allarme piuttosto che un reale possibile paniere di patologia/e.

Da alcuni punti di vista è un valore fittizio: pensate ad un atleta NBA alto 1.90 con peso 100 o un robusto difensore della serie A di calcio italiana, i loro IMC saranno alti ma capiamo benissimo che sono in salute.

Questo valore è un parametro iniziale di analisi medica del paziente ed è assolutamente necessario associarlo ad altri fattori.
C’è chi ha problemi di salute già con valori relativamente bassi intorno ai 25, chi invece con valore 35 è perfettamente in salute.

Non tutto il grasso comunque ha gli stessi effetti.
Molti studi suggeriscono che diabete e malattie cardiovascolari siano strettamente collegate al grasso intra-addominale o viscerale.

A volte la famosa forma a “pera”  difficilmente provoca malattie se non è associata a grasso sulla “pancia”.
Al contrario se la “pancia” abbonda la probabilità di contrarre diabete o altre malattie è relativamente alta, nonostante il grasso “sotto la cinta” sia basso.

Spesso vox populi parla di grasso uguale malattia senza conoscere bene i meccanismi delicati dietro questa affermazione: in realtà è la stessa scienza che sta cercando ancora una strada maestra.

Una teoria indica che in grasso addominale è collocato in modo da liberare acidi grassi e forse altre sostanza e segnali nella vena porta che irrora direttamente il fegato, influenzando potenzialmente il funzionamento di organi cruciali.

Il tessuto adiposo, inoltre, produce una serie di inneschi di infiammazione che potrebbero contribuire al rischio di cancro, diabete, malattie cardiovascolari ed altri disturbi immunitari.

L'adiponectina è un ormone proteico che modula alcuni processi metabolici, inclusa la regolazione del glucosio e il catabolismo degli acidi grassi.
L'adiponectina è secreta dal tessuto adiposo nel flusso sanguigno ed è molto abbondante nel plasma sanguigno in funzione di altri ormoni. 

I livelli di presenza dell'ormone sono inversamente collegati con la percentuale di grasso nel corpo  gli obesi, infatti, producono livelli più bassi di questo ormone rispetto ad individui normopeso.
Questo meccanismo è stato verificato negli adulti ma, ad oggi, non ancora nei bambini.

L'adiponectina:
·       promuove l'ossidazione degli acidi grassi nei muscoli
·       riduce l'apporto di acidi grassi al fegato con minore sintesi di “molecole grasse”

La potenziale perdita degli effetti benefici di questo ormone per aumento del grasso corporeo + associato allo sviluppo di insulino-resistenza e quindi alle malattie cardiovascolari.

Un ruolo più diretto nell ‘insulino-resistenza è svolto dall’adipochina, una proteina che lega il retinolo e che le cellule adipose producono in maggiori quantità nelle persone obese.

Studi effettuati sugli animali dimostrano che il retinolo diminuisce la sensibilità dell’insulina da parte di fegato e cellule.

Recenti scoperte evidenziano come maggiori quantità di grasso viscerale vadano a generare maggiori quantità di retinolo rispetto a quanto faccio il grasso sottocutaneo presenti in altre regioni del corpo.

Ad oggi è difficile indicare una via in quanto ci sono ulteriori aspetti da analizzare nella lotta al sovrappeso e all’obesità.
A breve illustrerò altri punti di vista importanti.

UN CENNO AGLI ALIMENTI FUNZIONALI


4 email nel giro di due giorni: argomento ALIMENTI FUNZIONALI! Vi accontento!
Gli  “alimenti funzionali” sono una categoria di cibo che presenta al loro interno alcuni componenti “non nutrienti” ma attivi dal punto di vista biologico e che influenzano positivamente la nostra salute.

La loro storia sicuramente non è attuale e questo è dimostrabile analizzando la medicina cinese la quale ha sempre creduto e sostenuto la possibilità di migliorare l’efficienza fisica e mentale attraverso l’uso di certi alimenti piuttosto che di altri.

I primi alimenti creati erano caratterizzati da un ridotto contenuto energetico, attraverso un abbassamento della quota di grassi e/o zuccheri, seguiti poi da alimenti come gli yogurt che aiutano la normale funzione intestinale.
Col proseguire degli anni la tecnologia ha permesso di isolare i singoli componenti di interesse e di creare alimenti ad hoc( che secondo il mio modestissimo parere vengo pubblicizzati nella maggior parte dei casi con eccessiva enfasi).

Ad oggi nell'Unione Europea la legislazione è assente.
Esistono  due categorie di alimenti funzionali:
  • Tipo A: alimenti che migliorano una specifica funzione fisiologica.                                                                    Questo tipo di alimenti non hanno relazione a malattie o stati patologici in generale. Vedi per il caffè, grazie alla sua xantina caffeina aumenta le capacità cognitive.
  • Tipo B: alimenti che riducono il rischio di una malattia. Per esempio è dimostrato che il licopene del pomodoro può ridurre il rischio di tumori.
Poche sono le nazione che hanno deciso di legiferare in merito a questo aspetto della nutrizione.
In Giappone, per esempio, tali alimenti sono riconosciuti e commercializzati con la sigla FOSHU (Food for Specific Health Use), e le loro proprietà funzionali sono necessariamente verificate attraverso studi scientifici.

Gli alimenti classificati come FOSHU devono essere approvati dal Ministro della Salute e da quello del Welfare.
Un aspetto curioso è quello relativo agli health claims, ovvero a quello che viene riportato sull’alimento per indicarne le specifiche proprietà.

Nell’Unione Europea, non esiste una legislazione armonica sugli health claims.
È idea diffusa che gli health claims devono essere correttamente formulati per tutelare il consumatore, promuovere il commercio e favorire la ricerca accademica e l’innovazione nell’industria alimentare.

Avviene sempre? Ne dubito….

Sono dell’idea che le aziende e i pubblicitari percorrano questa strada al limite del lecito in quanto la maggior parte delle volte assisto a pubblicità con un livello di enfasi molto alto che porta secondo me il potenziale cliente realmente fuori strada.
QUINDI CHIEDERE AD ESPERTI PER CAPIRE A FONDO COSA LA TV VOGLIA FARE PASSARE.

Nell’ultimo decennio, partendo dalla Svezia, sono state adottate diverse iniziative volte a facilitare l’utilizzo degli health claims, quali l’adozione di linee guida e codici di comportamento negli Stati membri dell’UE, tra cui la Svezia, l’Olanda e il Regno Unito, quest’ultimo con la “Joint Health Claims Initiative” (JHCI).

Negli USA, a partire dal 1993, sono stati ammessi su alcuni alimenti i claim relativi alla "riduzione del rischio di malattia".
Tali claim sono autorizzati dall’americana Food and Drug Administration (FDA) sulla base della "totalità delle evidenze scientifiche pubbliche e qualora vi sia ampio consenso scientifico tra esperti qualificati sul fatto che i claims siano avvalorati da tali prove".

Anche se le aziende possono utilizzare la comunicazione delle proprietà salutari per commercializzare i loro prodotti, l’intenzione dichiarata della FDA è far sì che gli health claims favoriscano il consumatore, fornendo informazioni su modelli alimentari sani che possano contribuire a ridurre il rischio di patologie come le malattie cardiache e il cancro.

La FDA ha annunciato che gli health claims possono anche basarsi su dichiarazioni approvate da un Organismo Scientifico Federale, come i “National Institutes of Health” e i “Centres for Disease Control and Prevention”, nonché la “National Academy of Sciences”.

L’Unione Europea ha un programma chiamato Functional Food Science in Europe (FUFOSE): questo programma è stato coordinato dall’International Life Sciences Institute (ILSI) Europe, con l’obiettivo di stabilire e sviluppare un approccio scientifico su alimenti con specifiche funzioni biologiche.

Il progetto FUFOSE ha preso in esame sei aspetti: crescita, sviluppo e differenziazione cellulare, metabolismo basale, difese dai composti ossidanti, alimenti funzionali e sistema cardiovascolare, fisiologia e funzionalità gastrointestinale ed effetti degli alimenti sul comportamento e sul profilo psicologico.
Il documento finale è stato pubblicato sul British Journal of Nutrition. 

Questo rapporto sottolinea come gli alimenti funzionali debbano comunque restare «alimenti», come tradizionalmente li conosciamo, e dimostrare la loro efficacia nelle quantità normalmente consumate nella dieta.
Funzionale può essere un alimento integrale naturale, un alimento a cui è stato aggiunto un componente, o un alimento da cui è stato eliminato un elemento con mezzi tecnologici o biotecnologici.

Può anche trattarsi di un alimento in cui è stata modificata la natura di uno o più componenti, o la biodisponibilità di uno o più elementi, o una qualsiasi combinazione di queste possibilità. Può essere destinato alla popolazione in genere o a gruppi specifici di persone che possono essere definiti, per esempio, in base all’età o alla costituzione genetica.

L’Azione Concertata della UE sostiene lo sviluppo di due tipi di health claims per gli alimenti funzionali, che devono sempre essere validi nell’ambito dell’alimentazione nella sua globalità e devono riferirsi a quantitativi di cibo normalmente consumati in una dieta. 

Tali health claims sono:
1. TIPO A: claim correlati al “miglioramento di una funzione biologica” in riferimento a specifiche attività fisiologiche, psicologiche e biologiche che vanno oltre il loro ruolo accertato nella crescita, nello sviluppo e in altre normali funzioni dell’organismo.
Questo tipo di dicitura non fa riferimento ad una malattia o ad uno stato patologico, per esempio alcuni oligosaccaridi non digeribili migliorano la crescita di una determinata flora batterica nell’intestino; la caffeina può migliorare l’efficienza cognitiva. 

2. TIPO B: claim correlati alla “riduzione del rischio di malattia” che si riferiscono al consumo di un alimento o di un componente alimentare che potrebbe contribuire alla riduzione del rischio di una data malattia o ad uno stato patologico grazie a specifici nutrienti o non nutrienti in esso contenuti (per esempio il folato può ridurre, in una donna le probabilità di avere un figlio con difetti del midollo spinale e un apporto sufficiente di calcio può contribuire a ridurre il rischio di osteoporosi nell’anzianità). 

Le conclusioni e i principi del progetto FUFOSE devono essere ancora implementati. È stato quindi avviato un nuovo programma di Azione Concertata della Commissione Europea, il progetto Process for the Assessment of Scientific Support for Claims on Foods (PASSCLAIM), che si prefigge l’obiettivo di risolvere alcuni degli attuali problemi relativi alla validazione, alla conferma scientifica dei claims e alla comunicazione al consumatore. 

Il progetto parte e si sviluppa sul principio che i claims relativi al "miglioramento di una funzione biologica" e alla "riduzione del rischio di malattia" devono essere basati su studi articolati che utilizzino bioindicatori debitamente identificati, caratterizzati e convalidati.
Il progetto PASSCLAIM mira a stabilire criteri comuni per valutare la fondatezza scientifica degli health claims, fornendo un quadro normativo per la preparazione di dossier scientifici a sostegno di tali claims.

 Il documento concertato PASSCLAIM aiuterà chi preparerà e regolamenterà i claims e ne migliorerà anche la credibilità agli occhi dei consumatori. Questa strategia integrata genererà una maggior fiducia da parte dei consumatori nella fondatezza scientifica degli health claims, fornendo una risposta efficace alle loro preoccupazioni. 

Benché non esista una legislazione europea specifica in materia di sicurezza degli alimenti funzionali, gli aspetti di sicurezza alimentare sono già contemplati dalle attuali normative UE. 

Tuttavia, gli alimenti che rivendicano proprietà salutistiche devono tenere in considerazione il valore dietetico globale, compresa la quantità e la frequenza di consumo, ogni potenziale interazione con altri costituenti alimentari, qualsiasi impatto sul metabolismo e i potenziali effetti negativi, tra cui i rischi di allergia e intolleranza. 

Gli alimenti funzionali, consumati nell’ambito di una dieta e di uno stile di vita equilibrato, offrono grandi potenzialità nel miglioramento della salute e/o nel contribuire alla prevenzione di determinate malattie.

La questione degli health claims sta assumendo un’importanza crescente e vi è ampio consenso sulla necessità di un quadro normativo UE che tuteli i consumatori, favorisca il commercio e promuova l’innovazione del prodotto nell’industria alimentare.

Le opportunità di ricerca in campo nutrizionale nell’analisi del rapporto tra un alimento o componente alimentare e il miglioramento dello stato di salute e del benessere, oppure la riduzione del rischio di malattia, costituiscono la sfida più impegnativa per gli scienziati di oggi e di domani. Altro tema di importanza cruciale è la comunicazione dei benefici salutistici ai consumatori al fine di fornire le conoscenze necessarie per una scelta informata.

giovedì 8 marzo 2012

OCCHIO ALL' ETICHETTA


Ogni qualvolta all’interno di un supermercato acquistate qualcosa e provate a leggere l’etichetta impazzite?

Non c’è da meravigliarsi : la regolamentazione delle etichette non è così rigida e precisa e, quindi, soggetta ad interpretazione che causa confusione.
Proverò a darvi un aiuto.

Partiamo dai marchi di origine: questi sono stati soggetti ad un regolamento emanato dalla Comunità Europea nel 1992 ( n.2082) e poi aggiornato nel 2006(n. 509) inserendo i potenziali prodotti sotto tre marchi:

·        DOP:  Denominazione di origine protetta 
·        IGP: Indicazione geografica protetta
·        STG: Specialista tradizionale garantita

Eccovi degli esempi in questa tabella

Stato membro UE
Prodotto DOP
Prodotto IGP
Prodotto STG
Italia
Prosciutto di Parma, pecorino sardo, grana padano, Parmigiano-Reggiano, asiago
Lardo di Colonnata, pomodorino pachino
mozzarella
Francia
Roquefort


Belgio


Lambic
Spagna


Jamòn serrano
Grecia
Feta



A vedere questa tabella voglio ricordare al mondo chi siamo in fatto di gastronomia e che la politica dovrebbe difendere in maniera più seria i nostri prodotti  ma questo è un altro discorso ( recentemente, prima in Belgio poi in Germania sono stato “accusato” di essere troppo nazionalista sul cibo: una bellissima accusa).

Quando parliamo di marchio DOP intendiamo che il processo di lavorazione/allevamento e lavorazione debba avvenire in una zona geografica precisa: i maiali del prosciutto di Parma devono essere nati, allevati, macellati e lavorati nel Parmense.

Il caso dell’IGP è diverso: in questo caso produzione, trasformazione e/o elaborazione del prodotto devono avvenire in’area determinata.

Recentemente ho scoperto che la bresaola della Valtellina IGT è fatta con bovini sudamericani incrociati con lo zebù.
Il marchi STG è quello meno geografico di tutti: hanno questa dicitura la pizza e la mozzarella, che possono essere tranquillamente prodotti a Miami.

Il vino ha una regolamentazione simile:

·        DOC:  Denominazione di origine controllata
·        DOCG: Denominazione di origine controllata e garantita
·        IGT: Indicazione geografica tipica

La prima di queste tre sigle nasce, tramite regolamentazione ufficiale, alla fine degli anni ’60 e viene affiancata dalla altre due durante gli anno ’90.

La denominazione DOCG è indicata obbligatoriamente in etichetta e consiste o semplicemente nel nome geografico di una zona viticola (ad esempio Barolo, comune in provincia di Cuneo o Carmignano, comune in Provincia di Prato), o nella combinazione del nome storico di un prodotto e della relativa zona di produzione (ad esempio Vino Nobile di Montepulciano, il nome con cui è noto storicamente il vino prodotto a Montepulciano, in provincia di Siena).

Le DOCG sono riservate ai vini già riconosciuti a denominazione di origine controllata (DOC) da almeno cinque anni che siano ritenuti di particolare pregio.

Tali vini, prima di essere messi in commercio, devono essere sottoposti in fase di produzione ad una preliminare analisi chimico-fisica, ad un esame organolettico e ad un'analisi sensoriale (assaggio) eseguita da un'apposita commissione.

La sigla DOC, è un marchio di origine italiano che certifica la zona di origine e delimitata della raccolta dei materiali utilizzate per la produzione del prodotto sul quale è apposto il marchio.
 La denominazione di origine controllata fu istituita con il decreto legge del 12 luglio 1963, n. 930, che si applica anche ai vini "Moscato Passito di Pantelleria" e "Marsala".

Il marchio IGT è quello meno rigoroso e rappresenta i vini meno costosi a più ampia produzione.
Dal 2009 la denominazione DOC, così come la DOCG, sono state assorbite dalla nuova denominazione DOP.

Altro alimento sottoposto ad una ricca normativa è il latte.

La prima classificazione viene effettuata tenendo in considerazione la percentuale di grasso:

·        Intero: 3,5% di grasso
·        Parzialmente scremato: tra 1,5 e 1,8%
·        Scremato: meno di 0,5%

La seconda classificazione riguarda scadenze e aspetto microbiologici:

·        Fresco: latte pastorizzato, quindi sottoposto a trattamento termico tra i 75° e gli 85°; viene stabilita per legge una scadenza( non oltre i 6 giorni successivi al trattamento, che deve avvenire entro 24 ore dalla mungitura); deve essere indicato sulla confezione il luogo di provenienza e deve essere trasportato e conservato tra o 0° e i 4°
·        Uht: latte riscaldata a 135° per 2 secondi; è il latte a lunga conservazione che, una volta aperto, va tenuto a temperatura ambiente
·        Microfiltrato: non è più naturale; prima della pastorizzazione è separato dalla panna e filtrato da un setaccio con maglie da 1,4 a 2 micron; il latte poi si ricombina con la panna, viene messo in commercio mantenendo la catena del freddo
·        Crudo: è il latte venduto crudo ai distributori automatici, è solo refrigerato a 4°, non è omogeneizzato e questo provoca un tappo cremoso intorno al tappo della bottiglia. Deve essere indicato l’obbligo di bollitura.

Le ultime due diciture sono:

·        alta qualità: il latte deve avere un contenuto di proteine di  almeno 32g/litro
·        alta digeribilità: ha un contenuto di lattosio basso per venire incontro agli individui che esprimono quantità dell’enzima lattasi non sufficienti a digerire il lattosio

Una tipologia di prodotti che sta aumentando notevolmente la sua “popolarità”  è quella etichettata col marchio biologico.

Il regolamento CE 834 del 2007 stabilisce un alimento è bio se è stato ottenuto da una coltivazione che comprende l’uso di prodotti chimici approvati dalla legge, se non è stato miscelato con alimenti non bio o se è libero da alimento OGM.
Attualmente ci sono 16 aziende in Italia che si occupando di certificazione “bio”, sono private e sono autorizzate dal ministero per le Politiche Agricole.

La differenza principale tra agricoltura biologica e convenzionale è nel livello di energia all’interno del sistema di produzione: nell'agricoltura convenzionale si impiega un notevole quantitativo di energia proveniente da diversi processi industriali (industria chimica, estrattiva, meccanica, ecc.); al contrario, l'agricoltura biologica usa in parte energia come nell’agricoltura convenzionale e in parte la materia sotto forma organica. 

In altre la parola stessa per indicare questo modo di fare agricoltura è indubbiamente più precisa: si parla infatti di agricoltura organica o agricoltura ecologica evidenziando così l’aspetto fondamentale che riguarda la conservazione della sostanza organica del terreno o l'intenzione originaria di trovare una forma di agricoltura a basso impatto ambientale.

Nello specifico alcuni alimenti portano la dicitura da agricoltura biologica: in questo caso le materie prime sono ricavate con criteri bio.

Un esempio è quello del vino: la materia prima può essere stata ricavata con criteri bio ma durante le normali operazioni che avvengono in cantina il vino può essere venuto in contatto con sostanze non bio e questo, dal punto di vista legislativo, fa cadere i termini per la certificazione bio.

A breve farò uno zoom più approfondito sui parametri “non nutrizionali” indicati sulle etichette.